Articoli di Giovanni Papini

1904


L'individualismo dei Socialisti

Pubblicato su: L'Idea Liberale, anno X, fasc. 24, pp. 404-406
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Data: 12 giugno 1904




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   Ci sono due modi per convincere sè e gli altri di aver ragione: quello di battezzare come bestie tutti quelli che non la pensano come noi o quello di dimostrare che tutti la pensano come noi.
   Il primo è il modo più semplice e perciò più popolare. Per negar valore al prodotto si nega la buona qualità del produttore e, quando si può, si nega il produttore stesso, cioè lo si distrugge. I positivisti,` per esempio, hanno chiamato cervelli fossilizzati, idioti e misoneisti tutti quelli che non avevan voglia di recitare il loro credo, e i grandi inquisitori e anche i grandi riformatori hanno soppresso, col sacro ferro e col sacrosanto fuoco, tutti i dissidenti è i non conformisti.
   L'altro metodo è meno facile, o, piuttosto, appare meno facile. Siamo così ottimisti per l'intelligenza umana che la crediamo assai più feconda e più varia di quel che non sia.
   Invece se ci divertiamo ad alzare le maschere dei nomi e i dominos delle parole, scopriamo che la mente dei nostri simili è assai più monotona e sterile di quello che alcuni s'immaginano. Gli uomini hanno assai più sviluppata la potenza imitativa di quella inventiva e siccome vogliono darsi l'aria di creare, pur non sapendo che imitare, ricorrono alla vecchia astuzia degli osti: cambiano le etichette sulle bottiglie non potendo cambiare per davvero il vino che c'è dentro.
   Il colmo della critica consiste, secondo me, nel ritrovare le vecchie conoscenze sotto le acconciature cambiate. Il critico è un indovino o un detective. Per l'uomo ingenuo esistono ad esempio un centinaio di metafisiche — per il critico di terz'ordine ne esistono una ventina — per quello di second'ordine non ce ne sono che due — e quello di primo ordine può arrivare, con un po' di buona volontà, a trovarne una sola. Io son convinto, infatti, che l'unità non sia tanto nel mondo, quanto nel pensiero che ci facciamo del mondo.
   Questo modo di critica che consiste nel respingere le accuse degli avversari, dimostrando ch'essi stessi pensano come noi, è la più gradevole e sconcertante che si possa trovare. La questione viene spostata. Quella che sembrava una colpa diviene una necessità, e cessa per ciò di essere colpa. Così quando un positivista accusa un idealista di fare della metafisica, questo gli può rispondere: Ma anche voi fate della metafisica e non potete fare a meno di farla, perchè tutto il positivismo poggia sopra una base metafisica e tutte le scienze vostre alleate contengono elementi metafisici. E quando un ottimista un umanitario dice a un egoista: «Tu non pensi che al tuo utile personale», l'egoista gli può rispondere: «Benissimo! Tu dici il vero, ma io ti posso provare che voialtri umanitari, altruisti ecc., fate altrettanto e non potete che fare altrettanto».
   La tattica cambia, anzi è capovolta. Mentre in generale gli accusati si sforzano di provare che l'accusa


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è falsa, questi altri riconoscono la verità, dell'accusa e soltanto aggiungono che questa si può rivolgere precisamente agli stessi accusatori, e non a loro soltanto, ma a tutti e che perciò cessa di essere delitto per divenire carattere universale. Invece di cercare di sottrarsi al giudice, l'accusato mette il giudice in stato di accusa e ottiene così l'assoluzione forzata.

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   Qualcosa di simile io penso che possiamo fare noi individualisti rispetto alle critiche dei solidaristi, collettivisti e socialisti.
   Tutti questi signori gridano da un pezzo contro l'anarchia economica dei nostri tempi, urlano contro l'esecrabile individualismo che troppe volte si confonde coll'egoismo, protestano contro il regime dell'iniziativa contro la funzione dell'eroe e contro la precedenza dei diritti dell'individuo su quelli della società. E noi, invece di lasciarli gridare, o invece di gridare a nostra volta contro l'oppressione del gruppo, contro la tirannia dello Stato, contro il despotismo della società e l'ossessione dell'umanità, potremmo dire a questi signori: Noi siamo individualisti. È vero e ce ne vantiamo. Ma ci duole annunziarvi che anche voi siete degli individualisti, che anche voi fate continuamente dell'individualismo. Lo fate con altri nomi, lo ricoprite con altre formule v'illudete di andargli contro, credete in buona fede di abbatterlo e invece lo praticate ogni giorno, in ogni vostra azione, dalle dichiarazioni dei vostri manifesti fino alle gesta dei vostri capi. Il vostro sarà un individualismo di uno stile particolare, avrà un colorito suo proprio, si spaccerà per socialismo, per solidarietà, per tutto quello che volete, ma non sarà meno individualista del nostro individualismo.
   E che il socialismo derivi da teorie individualiste è ormai ammesso da parecchi. I famosi diritti dell'uomo, che sono ancora a fondamento dell'ideologia democratica tutta quanta, sono l'affermazione dei diritti di ciascun individuo alla vita, alla libertà, al benessere. Ci sono stati degli individui i quali si sono accorti di non star bene come gli altri e che hanno pensato al modo di uscire da questa inferiorità. Hanno visto che da soli sarebbe stata impresa impossibile e allora hanno pensato a procurarsi degli alleati promettendo a tutti quelli stessi vantaggi che desideravano per sè. Ma se uno di costoro avesse potuto procurarseli senza l'aiuto degli altri, c'è da esser sicuri che non avrebbe pensato a proclamarli per tutti. La democrazia è, insomma, una forma dell'individualismo. Essa parte dai bisogni dell'individuo e per soddisfarli li proclama universali. Ognuno pensa di servirsi dell'azione collettiva per i suoi fini individuali. Il collettivismo non è il fine ma il mezzo, lo strumento delle individualità.
   Ci sono degli individui i quali hanno dei desideri individuali: quelli che hanno tanta forza da poterli soddisfare da sè non tengon conto dei desideri altrui e formano l'aristocrazia di un paese — gli altri che sentono di non avere abbastanza forza presi ad uno ad uno fanno tra di loro un tacito trattato ed operando insieme ciascuno ottiene o spera di ottenere ciò che gli fa comodo.
   L'azione in comune può portare, magari alla peggior schiavitù - ma ciò non vuol dir nulla: la radice, l'origine prima anche della schiavitù statale o sociale è sempre l'istinto della conservazione e dell'intensificazione della vita individuale. Il socialismo si potrebbe dire, se la parola non fosse troppo barbara, la universalizzazione degli interessi singoli o individuali. I proletari non fanno del socialismo per i proletari che non conoscono o per quelli che non son nati, ma lo fanno per sè, per i loro interessi immediati, presenti, attuali, individuali e la solidarietà non è per loro che uno scudo dell'individuo, tanto è vero che non ne tengon conto quando non comoda più.
   Le origini individualiste del socialismo son dunque riconosciute da moltissimi, dallo Schaffle che chiamò il comunismo un individualismo alla più alta potenza (ein potenzierter Indtvidualismus) àl Fourniére che nel sue Essai sur l'Individualisme volle dimostrare che il socialismo deve partire dall'ipotesi che l'individuo è lo scopo e la società il mezzo e che la società è fatta per l'individuo e non l'individuo per la società, e all'Espinas il quale afferma essere il socialismo l'espressione suprema dell'individualismo rivoluzionario 1.
   E vi sono infatti, come osserva il Basch, ci sono dei nemici del socialismo, come il Boutroux, il Fouillée o il Michel, i quali gli rimproverano non la temuta soffocazione dell'individuo, ma precisamente l'eccessivo individualismo.
   Le osservazioni dei primi e dei secondi son giuste: il socialismo ha delle origini teoriche individualiste ed è la trasformazione, diciamo pure l'esagerazione, dell'individualismo, ma nè i primi nè i secondi sono scesi veramente al cuore della questione.
   Avere origine da una certa cosa non significa precisamente essere questa stessa cosa, come un fiume che esce da una montagna o scende da un ghiacciaio non è per questo nè una montagna nè un ghiacciaio.
   Avere origine significa in fin dei conti uscire e uscire significa, se non opporsi, per lo meno distinguersi. Ora il socialismo parte sì da affermazioni individualistiche ma appunto perchè ne parte non resta nell'individualismo. Quando degli individui scelgono per giungere ai loro fini individuali dei mezzi collettivi essi sono obbligati a subire le leggi e le necessità di questi mezzi e cessano perciò di essere individualisti, per quanto l'individualismo sia il loro punto di partenza e, magari, il loro punto d'arrivo. Non è la prima volta che le teorie quando vengono applicate o svolte riescono alla negazione di loro stesse. In nome della libertà si è mandata in carcere tanta gente che non c'è da meravigliarsi se in nome


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dell'individuo si arrivi a una concezione della società che sopprima, nel fatto se non nell'idea, l'individuo.
   Questo e quello, ch'è accaduto al collettivismo il quale, partito, come ho detto, da presupposti individuali, dovendo renderli universali, è giunto ad immaginare una società nella quale l'individuo non appare eccessivamente libero ed autonomo.
   Se il socialismo è, come vorrebbe il Basch con altri, la conseguenza logica dell'individualismo bisogna riconoscere che questo ha per conseguenza la negazione di sè stesso

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   Ma il Basch e gli altri che pensano questo, con lui sbagliano. IL collettivismo. non è la conseguenza dell'individualismo, o per lo meno non è la sola e non è la migliore delle sue conseguenze.
   Il collettivismo è una falsavia dell'individualismo; ed e falsa, cioè non pratica, non corrispondente al fine, perchè è universalista.
   L'individualismo riposa sull'eterogeneità dei bisogni individuali. Per soddisfarli esso ha bisogno di supporli simili e di supporli universali. Ma questa supposizione forzata non si trova d'accordo colla realtà, perchè, al di fuori dei bisogni primitivi, animali, non ci sono bisogni veramente universali, e d'altra parte non ci sono mezzi abbastanza per soddisfarli quando siano ammessi in tutti. Più si sale della scala dei bisogni e più sì fanno diversi nei diversi individui, e quando si va per farli cessare, cioè per soddisfarli, si vede che ce ne sono degli opposti, cioè che soddisfacendo un individuo si danneggia un altro, o soddisfacendo una classe, si danneggia un'altra classe. Cioè l'universalismo collettivista urta a due opposizioni, opposizione dell'eterogeneità, opposizione dell'impossibilità. La potenza, per esempio, è un bene che sparisce quando si vuole distribuirlo a tutti.
   Il socialismo non è dunque individualista in quanto è collettivista, cioè in quanto è teoria, perché il collettivismo non é in nessun modo individualista, ma è tale in quanto è un moto di uomini vivi verso la più grande vita. Mettendo infatti in disparte teoria, nella quale, all'origine, siamo tutti d'accordo, che cosa resta?
   Delle classi e degli interessi di classe. Resta cioè non l'individualismo, ch'è affermazione astratta dei desideri elementari di tutti gli uomini, ma restano gli individualisti, cioè degli uomini i quali hanno degli interessi particolari, in opposizione ad altri interessi particolari, e si uniscono in gruppi per combattere contro altri gruppi.
   Questo precisamente si vede nel socialismo contemporaneo. Gettata via tutta la superstruttura ideologica ed economica, piena di contraddizioni e di errori, piena d'individualismo astratto e di anti individualismo utopico, noi, troviamo sotto due gruppi ben distinti d'individui: quello di coloro che vogliono guadagnare di più (proletari) e quello di coloro che vogliono comandare di più (demagoghi) che combattono contro quelli che hanno guadagnato e non vogliono guadagnate di meno (borghesia, di lavoro) o contro quelli che vogliono continuare a comandare (borghesia di governo). Cioè sotto i nomi di collettivismo e di liberalismo noi vediamo due gruppi d'individualisti che combattono contro due gruppi d'individualisti. Cioè l'individualismo regna da ambedue le parti non nelle formule bensì sotto le formule.
   Noi vediamo così che agli operai poco importa quali siano le frasi che debbono gridare purché, i salari siano innalzati e le ore di lavoro diminuite e vediamo che gli uomini ansiosi di dominio prendono come arma per arrivare al governo precisamente delle idee che vanno contro al governo. Le parole contano poco; si tratta, in realtà, di sostituire degli uomini, ad altri uomini, degli individui ad altri individui.
   Perciò noi non possiamo più parlare dell'individualismo, così in generale, senz'altro. Tutti sono individualisti nessuno eccettuato, e siccome tutti non hanno bisogno delle stesse cose si tratta di vedere di quale individualismo si tratti. Sull'individualismo-idea tutti son d'accordo, a parole; sull'individualismo-fatto le divisioni pullulano. Il mondo non è dominato dunque dall'individualismo, ma è regolato dalla lotta dei vari individualismi. Non si tratta di vedere se la libertà, il benessere, la potenza siano dei beni: tutti ve l'accordano. Si tratta di vedere chi deve godere di codesti beni ed è su questo chi che le battaglie cominciano.
   Così il socialismo partito dall'individualismo universale è caduto negazione dell'individuo col collettivismo, ma c'è caduto soltanto teoricamente. In pratica l'individualismo degli operai e dei capi è particolare e perciò vivo e forte e non si vede proprio là ragione teorica perchè debba sconfiggere l'individualismo dei proprietari e dei governanti.
   Se i padroni e gli industriali cadranno nessuno potrà parlare di vittoria dell'altruismo sull'egoismo o del collettivismo sull'individualismo. Un'armata di individualisti vestiti con montura rossa avrà vinto un'armata d'individualisti coll'uniforme nera.


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